In questo racconto ho tralasciato la forma perchè si tratta del resoconto di un fatto e non volevo alterarlo con la dialettica.
Erano gli anni '70 in tutto il mondo tranne nel villaggio di pescatori dell'isola dove da un po' approdavano mercantili stranieri che non si erano mai visti prima. Arrivavano dal continente, dalla Grecia, Iugoslavia, Albania e scaricavano a terra, più che casse di merci, brutti ceffi da cui le donne si guardavano bene.
Maddalena si arrampicava sui sassi irti della scogliera, i capelli lunghi sconvolti dal vento le frustavano il viso ma non se li raccoglieva mai, facendo infuriare sua madre che cercava invano di imporle la disciplina.
Non c'era mai nessuno a quell'altezza anche se il sentiero era visibilmente battuto. Il mare era leggermente mosso e si schiantava lungo le rocce. La prua della lunga e bassa nave appariva dal fianco del promontorio verde che torreggiava a poche decine di metri dalla spiaggia. Aveva sulla chiglia parole scritte in un alfabeto che lei non conosceva.
Dopo una mezz'ora era scesa giù al paese, curiosa di vedere la nave da vicino. Il maresciallo dei carabinieri a quell'ora se ne stava volentieri al bar del porto con la scusa di dare un'occhiata all'insolito movimento di navigli degli ultimi mesi. Se la vide passare davanti in direzione del molo e "Signorina- la fermò- non ci vai a scuola?"
Maddalena, poco propensa agli scambi verbali, lo guardò senza rispondere.
"Che dice tua madre?" le domandò ancora.
"Che la devo aiutare- spiccicò appena lei come risposta- a scuola ci vado quando torna mio padre"
Maddalena non sapeva dove era finito suo padre, credeva che fosse uscito in barca e ci rimanesse per un paio di giorni come era uso nei periodi di pesca. Il maresciallo la fissava muto, non se la sentiva di dirle che suo padre era disperso in mare e probabilmente non sarebbe mai più tornato.
"Vai a casa- la esortò- se stai qui non l'aiuti tua madre. E domani vacci a scuola."
Voltate le spalle senza dire niente, Maddalena riprese il cammino verso il mare, sparendo tra le casupole di pietra bianca allineate in faccia al porto. Voleva trovare la nave che aveva visto. Scendendo più avanti, dove il centro abitato si diradava e la terra diventava sempre più brulla, sul fianco del promontorio c'era un secondo porto mai usato dai pescatori che adesso era molto frequentato da queste grosse navi straniere. Ed eccola ormeggiata lì, la lunga, bassa nave dalla chiglia nera con scritte bianche in caratteri misteriosi. Le si piazzò davanti a scrutarla e non si accorse di non essere sola.
"Che guardi?" la sorprese una voce straniera.
Un uomo pallido con un maglione rosso acceso era alle sue spalle, gingillandosi tra le mani una sigaretta spiegazzata.
"Che c'è scritto?" gli domandò lei.
"E' nome di padrone" la osservò dalla testa ai piedi, si infilò la sigaretta in bocca, cacciò fuori dalla tasca dei pantaloni una scatola di fiammiferi e ne accese uno, portando la fiamma al viso, riparandola quanto possibile dal vento con le mani racchiuse a conca. Maddalena lo guardava in silenzio, per lei era insolito quel rituale: poche volte aveva visto delle sigarette tra i pescatori, amici di suo padre, era un prodotto raro e ci voleva una buona occasione per consumarlo.
"Tu vivi qui?" le domandò ancora.
Lei annuì.
"Quanti anni?"
"Quasi quattordici"
"Quanto?" chiese ancora, sollevando i palmi delle mani a indicare con le dita il numero dieci.
Maddalena usando le dita alla stessa maniera lo corresse: "No! Quattordici!"
Lui strinse gli occhi, corrugò la fronte: le era sembrata più piccola, non le avrebbe dato più di undici anni, forse per il vestito nero scolorito dal sole, tipico di quelle parti, i capelli selvaggiamente abbandonati e un'espressione acerba in viso.
"Tu lavori? Che fa qui?" chiese ancora lui.
"No, non ce l'ho il lavoro. Aiuto mia madre"
"Io ti faccio lavorare. Se tu vuoi c'ho lavoro!"
"E che devo fare?"
"Vieni con noi- disse indicando la nave- domani andiamo, mezzogiorno. Tu vieni?"
"Sì."
"Tu vedi , vieni..." le fece cenno di seguirlo. Le gli andò dietro, risalendo a ritroso tutta la strada che aveva fatto per arrivare sin lì.
"Come chiami? Tuo nome?" le aveva chiesto
"Sciacca Maddalena"
"Giacca..lena?" riepetè incerto lui non comprendendo la pronuncia di quel nome troppo lungo
"No! Maddalena... Ma-dda-le-na" lo scandì lei.
"Ma-dda-lena- ritentò annuendo- io Piotr"
"Come Pietro?"
"Va bene Pietro!" le disse accomodante. Nel frattempo erano giunti all'ingresso della pensione che si affacciava sul porto, una palazzina bianca ornata di lastre di marmo luccicante sui terrazzi.
Pietro le fece segno di entrare, non c'era nessuno nell'atrio e la guidò su per le scale che conducevano al primo piano. Si sfilò dalla tasca una chiave di ottone e la cacciò in una serratura. "Entra" le disse.
Maddalena, cauta, si avvicinò e restò impalata sulla soglia guardando dentro. Non aveva mai visto un albergo dall'interno. La stanza era molto pulita e scarna di mobilio, marmi grigi puntellati di nero circondavano le finestre da cui si vedeva il resto del paese e dietro il mare, c'era odore di muffa. "Entra!" le ripetè lui sfiorandole la spalla nel tentativo di spingerla "Che fate?!" lo fermò la voce della proprietaria.
Pietro, ritraendo la mano, farfugliò qualcosa. Maddalena fece un passo indietro.
"Questo è un posto rispettabile! La porti via da qui o chiamo i carabinieri!" sbraitò la donna indicando la ragazzina che si sentì accusata di qualcosa che non capiva.
Pietro sollevò le mani protestando nella sua incomprensibile lingua e tirò via Maddalena, indicandole di scendere dalle scale e andarsene da sola "Domani, mezzogiorno! Tu vieni?" le rammentò un'ultima volta. Lei fece cenno di sì con la testa e corse giù turbata per quanto era accaduto.
Maddalena scappò dalla pensione, via tra i viottoli a cercare riparo a casa, sconvolta dalla sensazione che qualcosa di brutto fosse successo per colpa sua ma senza consapevolezza di cosa.
Arrivata a poca distanza dalla casa, una baracca di legno in mezzo ad altre in cima al villaggio, scorse la ruvida figura di sua madre che l'aspettava sulla porta con in braccio uno dei suoi fratelli, l'ultimo nato, che piangeva per chissà cosa e tuttavia non riceveva alcuna attenzione. La madre era furibonda con la figlia, l'aspettava sull'uscio apposta per tirarle un ceffone. Maddalena aveva paura di quello sguardo perenne sul volto di sua madre, un volto scarno segnato da rughe, sormontato da aridi capelli ingrigiti e dominato da occhi blu normanni che la trafiggevano.
"Dove sei stata?!" le urlò. La ragazzina rimase impietrita a due metri dalla porta. "Vieni qui, entra!" le gridò ancora la madre e tentennando si fece avanti sapendo di non poter sfuggire al pesante schiaffo che le precipitò sulla testa, accompagnato da una pioggia di insulti. Maddalena corse piangendo a nascondersi sotto il letto, tra le grida degli altri due fratelli e della sorella, tutti più piccoli di lei, concitati dalla confusione.
Nel primo pomeriggio Maddalena e la sorella furono mandate al lavatoio con i panni. La bambina giocava con dei sassi raccolti mentre lei stava piegata con le mani nell'acqua fredda, circondata dalle altre donne che svolgevano la medesima mansione cantando e parlottando tra loro.
Strofinava i panni con rabbia, disprezzando tutte quelle faccende cui era costretta e pensava con orgoglio che il giorno dopo sarebbe partita con la nave di Pietro per lavorare lontano da quell'isola puzzolente e sarebbe tornata con tanti soldi da tirare in faccia a sua madre. E mentre fantasticava su tutto questo scorse sulla strada il maresciallo dei carabinieri che si toglieva il cappello verso qualcuno che arrivava in sua direzione e un istante dopo comparve la proprietaria della pensione. Una sensazione di terrore l'assalì e chinò il capo sull'acqua sperando che non la vedessero. Strofinò con foga i poveri tessuti che aveva fra le mani nel tentativo di fare presto e andarsene di lì il prima possibile.
Il mattino dopo si comportò in casa come niente fosse, eseguì gli ordini in silenzio, col cuore carico di speranza perchè tutto stava per finire. "Va a prendere il pane" le disse la madre mettendole una manciata di monete in mano e lei uscì di casa con gli occhi bassi. Non andò mai al forno.
Maddalena si arrampicò sulla scogliera, guardò dall'alto la nave dalla chiglia nera a fianco del verde promontorio. Scese sul sentiero battuto, raggiunse il porto dove attraccavano le lunghe navi straniere e attese l'ora dell'appuntamento. Era arrivata con un certo anticipo e Pietro si presentò in ritardo ma lei non si mosse.
"Buongiorno, tu sei qui!" osservò lui ridendo.
Le fece cenno di seguirlo e l'accompagnò sul ponticello traballante che immetteva nel ventre della nave. Maddalena salì scalette incerte e attraversò piani e stretti corridoi. Era tutto sporco, arrugginito, puzzolente di marcio. Gli uomini della nave la guardavano senza troppa discrezione e mormoravano tra loro cose che lei non poteva capire.
Pietro le faceva strada, avvolto in quel brutto maglione rosso acceso, i capelli neri arruffati, la faccia pallida e l'andatura di un ubriaco. La fece entrare dentro uno stanzino e le disse di rimanere lì "Che ha portato?" chiese. Maddalena fece cenno di no con la testa. Lui insistette e lei estrasse dalla tasca le monete che le aveva dato sua madre per il pane, facendo intendere che era tutto quello che aveva con sè. Pietro allungò la mano e le prese i soldi, li contò e se li mise in tasca poi uscì e chiuse la porta. Istintivamente Maddalena vi si buttò contro cercando di aprirla ma era bloccata. Si sentì in trappola, la paura la pervase e iniziò a piangere.
Lo stanzino aveva le pareti rivestite in legno giallognolo e vi erano stipate scope, secchi, flaconi con etichette scritte in quell'alfabeto ignoto e un mucchio di sporcizia. Aveva delle finestrelle rettangolari strette che lasciavano entrare luce ma erano troppo in alto perchè lei potesse affacciarvisi.
Improvvisamente sentì uno scossone e tutto iniziò a dondolare. Maddalena capovolse un secchio, vi montò su e in punta di piedi cercò di scrutare oltre quelle finestrelle: tutto si muoveva, la nave era partita.
Ma non passò molto tempo che la porta si aprì improvvisamente e comparve Pietro con l'aria molto alterata che la sorprese così arrampicata a guardare fuori e l'afferrò senza delicatezza per farla scendere. La trascinò fuori, lei si dibatteva e protestava ma l'uomo era troppo forte perchè potesse liberasi dalla sua stretta. La condusse su un corridoio all'aperto, protetto dal vuoto solo da una sottile e precaria balaustra di ferro rugginoso. Maddalena guardò con orrore il mare che lambiva la chiglia della nave e scorse altre navi molto più piccole, tutte con gli stessi colori, che li circondavano. Udì parlare in italiano dai megafoni: erano i carabinieri e la guardia costiera e ordinavano all'equipaggio di fermarsi. Capì che erano lì per lei.
Pietro sbraitava nella sua lingua e la strattonava con violenza. Urlò qualcosa contro i militari e quando ebbero raggiunto la poppa della nave la sollevò di forza verso la balaustra. Maddalena urlava: "No! Non mi buttare, ti prego! Nooo!" e cercò disperatamente di aggrapparsi al ferro rugginoso. Ma non ebbe la forza di sostenersi e precipitò giù, verso l'elica che si avvicinava sempre più alla sua faccia.
Il mare era nero e freddo. Maddalena affondò in un inferno lento e silenzioso.
Per un attimo, sospinta dalla pressione, le sembrò di riemergere e vide in alto, in cima al ventre nero della nave, il maglione rosso, Pietro, appoggiato alla balaustra, che la guardava immobile mentre lei lo implorava di aiutarla e fu l'ultimo ricordo che ebbe della vita.
venerdì 30 dicembre 2011
lunedì 19 dicembre 2011
41mila voci
Ho 43 anni e non dormo da 13 giorni.
Questa mattina ho preso il traghetto alle 8 e 37, un po' in ritardo sull'orario ma c'erano 2 guardie, c'erano... c'erano 2 guardie che fermavano dei ragazzi stranieri, a 1 gli facevano aprire lo zaino e controllavano tutti i vestiti. Poi non è successo niente. O io non me ne ricordo.
L'ultima volta che ho dormito ero a casa mia, nella mia città ed era quasi ora di pranzo, quindi erano quasi le 12 oppure quasi le 13, avevo tirato tardi e volevo dormire, era domenica, era il 27 di febbraio ma non sono sicuro. Non mi ricordo.
Ricordo che sono andato in cucina a prepararmi il caffè e poi lei ha urlato. Ricordo. Ricordo che urlava, ce l'aveva con me ma non ricordo per cosa. Ricordo che diceva che era colpa mia perchè dormivo sempre, diceva. Diceva che di me non poteva fidarsi, diceva. Il caffè si è bruciato sul fornello che ho dimenticato. Io ero distratto a sentire lei che urlava e poi la caffettiera è esplosa in aria.
Sul traghetto c'è sempre la stessa quantità di persone, sono circa 200, un po' restano sedute sotto, non glie ne frega niente di vedere il mare, altre siedono sopra ma non escono, guardano dai vetri. Invece io sono sul ponte, c'è il sole ma è freddo. A giorni arriva la primavera. Tra 7 giorni. Sono le 8 e 49, passa l'uomo col vassoio di tè, dice"çay!" forte, loro lo chiamano così il tè çay. E' buono, si può bere senza zucchero, costa 2 lire, equivalgono a 80 centesimi di euro. Qui lo bevono sempre, tutto il giorno, serve per ingannare il tempo. Noi altri fumiamo ma io credo che facciano meglio loro.
C'è una lama di sole che taglia le montagne all'orizzonte. I gabbiani sterzano vorticosamente intorno a noi, sembra che vogliano attraversare il ponte ma poi lo sfiorano e basta e tornano sù. Gridano. Pare che parlino tra loro ad alta voce. Pare che parlino di noi che stiamo qui a bere tè da 2 lire in questi 20 minuti che ci separano dall'altro lato del Bosforo. Sono 100 gabbiani, li ho contati ma non so quante volte ho perso il conto.
Lei diceva "pensi solo a dormire" e io ho risposto che potevo arrivare in capo al mondo e lei urlava, poi se ne è andata via e non l'ho più vista. Ho 43 anni, faccio il giardiniere, di solito curo le aiuole delle fabbriche nella nostra zona, hanno cespugli e alberi, non servono a niente che tanto loro producono schede elettroniche ma ci tengono all'immagine, anche in un paese sperduto dell'entroterra che campa solo di piccola industria e tutti gli abitanti sono operai e manovali che lavorano per loro, lavorano il giorno, tornano a casa per dormire la notte, poi ricominciano. Non c'è altro da fare. Io invece no, io so come divertirmi, vado al bar a fare l'aperitivo, discuto di calciomercato con il barista, a volte litigo con qualche vecchio che vuole saperne più di me. Vado anche al cinema, se esce un film nuovo, se vedo la pubblicità in televisione, vado a leggere la programmazione del cinema locale sul giornale. Ci vado una volta alla settimana, c'è sempre qualcosa di nuovo. Mi riempio di cose da fare.
Compro libri sulle bancarelle, costano 1 euro o 2 euro o 5 euro e 50, ci trovo romanzi di scrittori sconosciuti, non tanto belli, ma anche grandi opere, piene di pagine 500 pagine 800 pagine 1267 pagine, li porto a casa, li leggo prima di addormentarmi, li leggo sull'autobus, li leggo negli ultimi 15 minuti della pausa pranzo. Non ricordo l'ultimo libro che ho letto.
Da 13 giorni non dormo, io non dormo più da quella volta che mi ha detto "pensi solo a dormire, non posso fidarmi di te" e se ne è andata e non l'ho più vista. I primi giorni andava tutto bene, non avevo sonno, poi sono arrivati i dolori, ho tanti dolori, mi duole tutto, poi ho iniziato a dimenticare le cose più del solito, molto di più, 10 volte di più, ricordo solo numeri, numeri, numeri che corrono come cavalli. Ho detto "posso arrivare persino in capo al mondo" ed eccomi, scendo dal traghetto sulla sponda di Eminönü, sono lontano da casa, ho preso i biglietti, una borsa senza sapere che c'era dentro, i soldi alla rinfusa, comunque ho un bancomat ma non controllo mai il saldo, mi fanno paura i numeri, quei numeri non li voglio vedere, i numeri dei soldi, superiori a 2 lire, 80 centesimo di euro, non voglio parlare di soldi. non voglio dormire. Sono in capo al mondo, 1363 chilometri da casa, 91° di Azimuth, 16 gradi di temperatura, sono le 9 e 10 di mattina, è il 13 marzo, non mi ricordo l'anno.
Mi sento male ma no cedo. Non posso, ho detto che arrivavo in capo al mondo. Lei se ne è andata. Forse torna e non mi trova in casa. Peggio per lei. Magari piange. Non mi ricordo perchè se ne è andata. Urlava. Erano quasi le 12. Non mi ricordo che giorno è oggi. Vorrei chiederlo, non mi ricordo le parole. Non posso sedermi a bere il çay, se mi siedo mi addormento e io non voglio dormire. Io non penso solo a dormire.
Cammino, cammino, ho le idee poco chiare ma cammino. Mi guardano. Avrò certo una faccia curiosa, già che sono straniero e si vede, avrò certo una brutta faccia. Non parlano però. Oppure sono io che non li sento. Poco fa l'avevo sentito il muezzin dalla moschea, più d'uno, si sovrapponevano ma adesso non sento più niente.
Ho la nausea, ho provato a mangiare ma mi viene da vomitare. Urto delle persone. Mi volto per scusarmi e vedo che non sono persone. Ho urtato un animale, è nero ma non capisco che animale è. Non mi ricordo. Vedo un animale. Improvvisamente non c'è più, sono due uomini che mi parlottano contro ma non sento cosa dicono, comunque io non parlo la loro lingua.
Cammino, costeggio le moschee e i negozi di cianfrusaglie per turisti, non mi fermo mai, sono in capo al mondo da solo, non dormo da 13 giorni, mai una volta. Poi quell'animale nero che mi segue, sul marciapiede opposto, poi mi è davanti ma cammina con me, all'indietro. Non sento più niente, ho dolori dappertutto, 43 dolori, li ho contati.
Varco un portone, non so cosa sia, forse non dovrei entrarci, c'erano 2 guardie c'erano... alzavano le braccia ma io non sentivo. Sono entrato, l'animale nero mi precedeva, non so cosa voleva, parlava, muoveva le braccia, non voleva che entrassi ma io camminavo, con le scarpe e andavo dritto, oltre la transenna, dov'erano quelle persone che s'inginocchiavano, volevo inginocchiarmi anch'io, l'animale nero, le guardie, lei, 41mila voci in coro mi urlavano nella testa che pensavo solo a dormire ma non era vero, l'ho dimostrato, non ricordo come ma sono sicuro, perchè poi sono finito a terra e ho chiuso gli occhi e non mi sono mai più svegliato.
Questa mattina ho preso il traghetto alle 8 e 37, un po' in ritardo sull'orario ma c'erano 2 guardie, c'erano... c'erano 2 guardie che fermavano dei ragazzi stranieri, a 1 gli facevano aprire lo zaino e controllavano tutti i vestiti. Poi non è successo niente. O io non me ne ricordo.
L'ultima volta che ho dormito ero a casa mia, nella mia città ed era quasi ora di pranzo, quindi erano quasi le 12 oppure quasi le 13, avevo tirato tardi e volevo dormire, era domenica, era il 27 di febbraio ma non sono sicuro. Non mi ricordo.
Ricordo che sono andato in cucina a prepararmi il caffè e poi lei ha urlato. Ricordo. Ricordo che urlava, ce l'aveva con me ma non ricordo per cosa. Ricordo che diceva che era colpa mia perchè dormivo sempre, diceva. Diceva che di me non poteva fidarsi, diceva. Il caffè si è bruciato sul fornello che ho dimenticato. Io ero distratto a sentire lei che urlava e poi la caffettiera è esplosa in aria.
Sul traghetto c'è sempre la stessa quantità di persone, sono circa 200, un po' restano sedute sotto, non glie ne frega niente di vedere il mare, altre siedono sopra ma non escono, guardano dai vetri. Invece io sono sul ponte, c'è il sole ma è freddo. A giorni arriva la primavera. Tra 7 giorni. Sono le 8 e 49, passa l'uomo col vassoio di tè, dice"çay!" forte, loro lo chiamano così il tè çay. E' buono, si può bere senza zucchero, costa 2 lire, equivalgono a 80 centesimi di euro. Qui lo bevono sempre, tutto il giorno, serve per ingannare il tempo. Noi altri fumiamo ma io credo che facciano meglio loro.
C'è una lama di sole che taglia le montagne all'orizzonte. I gabbiani sterzano vorticosamente intorno a noi, sembra che vogliano attraversare il ponte ma poi lo sfiorano e basta e tornano sù. Gridano. Pare che parlino tra loro ad alta voce. Pare che parlino di noi che stiamo qui a bere tè da 2 lire in questi 20 minuti che ci separano dall'altro lato del Bosforo. Sono 100 gabbiani, li ho contati ma non so quante volte ho perso il conto.
Lei diceva "pensi solo a dormire" e io ho risposto che potevo arrivare in capo al mondo e lei urlava, poi se ne è andata via e non l'ho più vista. Ho 43 anni, faccio il giardiniere, di solito curo le aiuole delle fabbriche nella nostra zona, hanno cespugli e alberi, non servono a niente che tanto loro producono schede elettroniche ma ci tengono all'immagine, anche in un paese sperduto dell'entroterra che campa solo di piccola industria e tutti gli abitanti sono operai e manovali che lavorano per loro, lavorano il giorno, tornano a casa per dormire la notte, poi ricominciano. Non c'è altro da fare. Io invece no, io so come divertirmi, vado al bar a fare l'aperitivo, discuto di calciomercato con il barista, a volte litigo con qualche vecchio che vuole saperne più di me. Vado anche al cinema, se esce un film nuovo, se vedo la pubblicità in televisione, vado a leggere la programmazione del cinema locale sul giornale. Ci vado una volta alla settimana, c'è sempre qualcosa di nuovo. Mi riempio di cose da fare.
Compro libri sulle bancarelle, costano 1 euro o 2 euro o 5 euro e 50, ci trovo romanzi di scrittori sconosciuti, non tanto belli, ma anche grandi opere, piene di pagine 500 pagine 800 pagine 1267 pagine, li porto a casa, li leggo prima di addormentarmi, li leggo sull'autobus, li leggo negli ultimi 15 minuti della pausa pranzo. Non ricordo l'ultimo libro che ho letto.
Da 13 giorni non dormo, io non dormo più da quella volta che mi ha detto "pensi solo a dormire, non posso fidarmi di te" e se ne è andata e non l'ho più vista. I primi giorni andava tutto bene, non avevo sonno, poi sono arrivati i dolori, ho tanti dolori, mi duole tutto, poi ho iniziato a dimenticare le cose più del solito, molto di più, 10 volte di più, ricordo solo numeri, numeri, numeri che corrono come cavalli. Ho detto "posso arrivare persino in capo al mondo" ed eccomi, scendo dal traghetto sulla sponda di Eminönü, sono lontano da casa, ho preso i biglietti, una borsa senza sapere che c'era dentro, i soldi alla rinfusa, comunque ho un bancomat ma non controllo mai il saldo, mi fanno paura i numeri, quei numeri non li voglio vedere, i numeri dei soldi, superiori a 2 lire, 80 centesimo di euro, non voglio parlare di soldi. non voglio dormire. Sono in capo al mondo, 1363 chilometri da casa, 91° di Azimuth, 16 gradi di temperatura, sono le 9 e 10 di mattina, è il 13 marzo, non mi ricordo l'anno.
Mi sento male ma no cedo. Non posso, ho detto che arrivavo in capo al mondo. Lei se ne è andata. Forse torna e non mi trova in casa. Peggio per lei. Magari piange. Non mi ricordo perchè se ne è andata. Urlava. Erano quasi le 12. Non mi ricordo che giorno è oggi. Vorrei chiederlo, non mi ricordo le parole. Non posso sedermi a bere il çay, se mi siedo mi addormento e io non voglio dormire. Io non penso solo a dormire.
Cammino, cammino, ho le idee poco chiare ma cammino. Mi guardano. Avrò certo una faccia curiosa, già che sono straniero e si vede, avrò certo una brutta faccia. Non parlano però. Oppure sono io che non li sento. Poco fa l'avevo sentito il muezzin dalla moschea, più d'uno, si sovrapponevano ma adesso non sento più niente.
Ho la nausea, ho provato a mangiare ma mi viene da vomitare. Urto delle persone. Mi volto per scusarmi e vedo che non sono persone. Ho urtato un animale, è nero ma non capisco che animale è. Non mi ricordo. Vedo un animale. Improvvisamente non c'è più, sono due uomini che mi parlottano contro ma non sento cosa dicono, comunque io non parlo la loro lingua.
Cammino, costeggio le moschee e i negozi di cianfrusaglie per turisti, non mi fermo mai, sono in capo al mondo da solo, non dormo da 13 giorni, mai una volta. Poi quell'animale nero che mi segue, sul marciapiede opposto, poi mi è davanti ma cammina con me, all'indietro. Non sento più niente, ho dolori dappertutto, 43 dolori, li ho contati.
Varco un portone, non so cosa sia, forse non dovrei entrarci, c'erano 2 guardie c'erano... alzavano le braccia ma io non sentivo. Sono entrato, l'animale nero mi precedeva, non so cosa voleva, parlava, muoveva le braccia, non voleva che entrassi ma io camminavo, con le scarpe e andavo dritto, oltre la transenna, dov'erano quelle persone che s'inginocchiavano, volevo inginocchiarmi anch'io, l'animale nero, le guardie, lei, 41mila voci in coro mi urlavano nella testa che pensavo solo a dormire ma non era vero, l'ho dimostrato, non ricordo come ma sono sicuro, perchè poi sono finito a terra e ho chiuso gli occhi e non mi sono mai più svegliato.
sabato 26 novembre 2011
Un essere umano qualsiasi
Un giorno sulla Terra nacque un bambino che non era un essere umano qualsiasi.
I suoi genitori non sospettarono niente e gli diedero un nome molto comune, Andrea, perchè significa semplicemente "Uomo".
Andrea appena nato aveva già consapevolezza del Mondo, era cosciente di essere vivo e intuiva di avere una missione. Non piangeva spesso, sapeva che si sarebbero presi cura di lui e già dai primi giorni di vita si impegnò ad allenare il suo corpo appena nato per acquisire i giusti movimenti.
Gli dei videro questo prodigio e ne ebbero timore: il novello Ercole dimostrava un potere vitale enorme, si capiva che da adulto avrebbe dominato il Mondo e così, non essendo gli dei onnipotenti, ma qualcosa potevano pur farla, escogitarono come unico rimedio al potenziale devastante di questo semidio, la più bieca delle inibizioni: la timidezza.
Andrea a dieci giorni di vita improvvisamente cambiò: non ebbe più certezza che qualcuno l'avrebbe accudito e iniziò a piangere ogni volta che voleva qualcosa, anche solo un po' di coccole dalla sua mamma. Andrea non fu più quieto e silenzioso di notte perchè temeva che il dio del sonno, Ipnos, non lo avrebbe più fatto svegliare. Andrea non allenò più il suo corpo e assunse i movimenti incerti di qualsiasi neonato perchè ebbe paura che i suoi genitori si accorgessero che era "strano". Andrea, il semidio, iniziò allora a recitare la parte dell'essere umano.
A un anno di vita Andrea capiva perfettamente la lingua degli adulti ma si esprimeva solo a versetti e paroline accennate per non dare nell'occhio. Fu iscritto all'asilo nido insieme a tanti altri bambini ignari della loro stessa esistenza e li osservava e studiava per poi imitarli. Non riusciva a camminare bene, come gli altri, aveva smesso di provarci prima del tempo. Partecipava ai loro giochi banali annoiandosi molto solo per non essere allontanato.
A tre anni Andrea sapeva leggere ma fece finta di niente finchè non iniziò a frequentare la prima elementare.
Minerva, dea della sapienza disse: "Potrebbe sembrare un bambino prodigio ma in realtà è molto di più, i suoi genitori sarebbero costretti a mandarlo in una scuola speciale che non possono permettersi" e Giunone, dea del matrimonio e protettrice delle madri, aggiunse: "Sua madre dovrebbe lasciare il lavoro per seguirlo perchè nessun altro si prenderebbe la briga di farlo, diverrebbe sua schiava e sarebbe ingiusto" così, per volere delle dee, Andrea tenne ben segreta la sua intelligenza: sbagliò i compiti di proposito, si sforzò di peggiorare la sua calligrafia e di nascosto, nell'ora di ginnastica, fingendo di andare in bagno, strusciava il suo grembiule pulitissimo nell'erba del campo della scuola per far credere che avesse giocato a calcio con gli altri. In realtà Andrea non ci giocava a calcio: avrebbe potuto essere un campione, come in ogni altro sport, imparava prestissimo le regole ed elaborava strategie vincenti ma per la maledizione impostagli dagli dei si vergognava a farsi vedere in gioco dagli altri. Così guadagnò l'infamia di incapace nello sport e nei giochi di gruppo.
A dodici anni Andrea conosceva tre lingue straniere, apprese ascoltando la musica e guardando le televisioni internazionali. Comprava di nascosto, risparmiando la paghetta elargita da suo padre, opere di letteratura straniera in lingua originale. Talvolta, all'uscita di scuola faceva un salto al mercato del suo quartiere in cui c'erano molti ambulanti arabi e li ascoltava discorrere tra loro e imparando ogni singola parola. Lo stesso fece ad una cena con i compagni di classe al ristorante cinese. Un giorno, vedendo all'ospedale un sordo che si esprimeva nella lingua dei segni, comprese ciò che stava comunicando e si scoprì padrone di quel linguaggio al punto di usare spesso gesti anzichè parole senza accorgersene.
Andrea se la cavava egregiamente con le scienze, aveva già assimilato tutto il libro di chimica (e compiuto con successo degli esperimenti) nel primo mese di scuola superiore, risolveva problemi di matematica come passatempo quando si annoiava, conosceva a memoria le aperture e le trappole degli scacchi, sapeva a menadito vari linguaggi di programmazione e un centinaio di giochi di prestigio.
Mercurio, dio della sapienza occulta, dell'alchimia, dei ladri, dei viaggiatori e dei giocolieri, osservò: "Questo ragazzo conosce tali segreti che potrebbe ricattare chiunque, manomettere macchinari e produrre veleni. Ciò non è bene per un essere umano" e per volontà del dio, ad Andrea venne una grande paura di essere considerato un "secchione" e non fece altro che nascondere le sue competenze. Faceva scena muta alle interrogazioni, non partecipava mai a giochi complicati, fingeva di non conoscere la risposta degli indovinelli e prese a parlare come un buzzurro di periferia per mischiarsi agli altri.
Andrea da adolescente possedeva già una grande saggezza e sapeva da tempo qual era il senso della vita. Un giorno, forse per i pruriti puberali, si stancò di fare sempre la parte dell'idiota e decise di dare una lezione al suo compagno di banco bullo: "Non ha senso vivere alla tua maniera- gli disse- non otterrai mai il rispetto degli altri ma solo la paura di essere picchiati e non sarà un onore, no! Ti ridurrai al livello di una bestia!" per tutta risposta l'altro ragazzo gli sferrò un pugno in faccia sbraitando: "Ma senti 'sto stronzo! Fa il grandone adesso... vediamo se con questo impari a rispettarmi!"
Il dio della guerra, Marte, in quel momento notò che Andrea avrebbe potuto reagire con la forza di cento guerrieri: "Lo ucciderebbe, non sarebbe una battaglia onorevole ma solo una vigliacca tragedia" e per evitare il peggio ordinò alla sua seguace Pavor, la dea della paura, di frenare il suo spirito battagliero. Andrea non osò più dire una parola buona a nessuno, iniziò a temere le risse, ebbe paura dei bulli della scuola e di qualunque altro ragazzo un po' più grosso di lui. Andrea divenne per tutti un codardo.
Pavor non lo lasciò solo un attimo, per il resto della sua vita gli iniettò nel sangue il siero malevolo del terrore e dovette averci preso gusto a sfidare un semidio perchè a lungo andare esagerò estendendo le paranoie di Andrea a qualsiasi situazione in cui si sarebbe dovuto esporre.
Andrea non riuscì più a mantenere sani rapporti di amicizia, temeva orribilmente il giudizio degli altri, non reagiva alle provocazioni, fuggiva, si nascondeva, taceva. Andrea perse quasi l'uso della parola a diciotto anni.
Andrea imparò a scrivere con entrambe le mani in entrambi i versi, divenne un provetto giocoliere, leggeva gli spartiti ed era in grado di comporre musica. Avrebbe potuto suonare vari strumenti. Per un compleanno lo zio gli regalò una chitarra convinto che tutti i giovani ambissero a strimpellare qualche canzone melensa sulla spiaggia. Invece Andrea prese sul serio quell'arte e sognò spesso di diventare una rock star. Non fosse che per il sangue ammalato dalla dea persecutrice si vergognò sempre di suonare in presenza di qualcuno, di intonare una nota, di essere al centro dell'attenzione su un palco di fronte alle aspettative di un pubblico. Andrea mollò la chitarra e la musica, non ebbe mai più il coraggio di suonare e anche i rari tentativi di tornare sui suoi passi finivano in una inspiegabile paralisi alle mani, una voce che si affievoliva e un vuoto di memoria implacabile. "Tanto meglio- commentavano gli dei della musica, da Apollo a tutto il suo seguito- avrebbe un tale successo e una tale vena creativa da non lasciare possibilità a nessun altro e noi non possiamo permetterlo"
Il giovane uomo che diventava manifestava già un grande fascino. Andrea sapeva tutto dell'amore, del sesso, delle relazioni, intuiva i desideri delle persone e desiderava molto anche lui. Venere, dea dell'amore, stringendo il figlio Cupido tra le braccia e volgendo lo sguardo preoccupato a Eros, dio dell'amore carnale, dichiarò: "Se si rendesse conto del suo ascendente... se mettesse in pratica le sue arti amatorie tutti si innamorerebbero di lui, uomini e donne, tutti lo vorrebbero per sè... ma lui non potrebbe accontentare tutti e lascerebbe nel Mondo centinaia di cuori infranti e follia di desideri insaziati" e in accordo i tre dei fecero in modo che Andrea si imbarazzasse molto riguardo all'amore. Ebbe grandi difficoltà ad approcciare una relazione e le poche instaurate terminarono con forti rancori e un'arida solitudine.
All'università Andrea non ebbe più le idee tanto chiare: studiava moltissimo ma non si presentava mai agli esami per la paura di essere bocciato. Non aveva amici, si sentiva fuori posto in tutte le attività comuni. Le ragazze le guardava a distanza e non ci provò mai neanche una volta a rivolgere la parola a qualcuna che gli piacesse. Ci mise il doppio del tempo previsto per laurearsi e finì con l'accettare un lavoro squallido dopo mesi e mesi di infruttuosa ricerca.
Andrea si sentiva un fallito, un uomo qualsiasi senza nessuna ambizione ne capacità, disilluso su tutto e in estenuante attesa della morte. Thanatos, dal canto suo, si negava per dispetto.
Andrea dipingeva benissimo ma nella sua stanza c'erano solo tele bianche sotto strati di polvere, tubetti di colore ormai indurito, fogli di carta ingialliti con migliaia di schizzi che non si tradussero mai in qualcosa di concreto.
Andrea aveva un talento per la scrittura ma lasciò incompiuti (spesso al primo capitolo) una decina tra romanzi e poemi.
Andrea non riusciva a cambiare la carta da parati ammuffita. Andrea portava sempre gli stessi vestiti. Andrea ammirava il sole del mattino e non aveva coraggio di uscire di casa.
Andrea, da un bel pezzo, aveva imparato il modo di comunicare con gli dei ed era al corrente della sua maledizione ma non ne conosceva il motivo.
"Abbandonami Pavor" pregava. Quella, invece, si era talmente abituata al suo compito di tormentarlo che non lo ascoltava neppure "Oh... abbandomani Pavidiade!" la implorava esausto.
A peggiorare le cose intervenne il dio del timor panico, il fauno Pan, che tutti gli dei fuggivano. Pan osservava da anni la storia del semidio Andrea ridotto a una larva e volle metterci la sua parte. Andrea prese a soffrire di ansia, attacchi di panico, incubi e talvolta allucinazioni.
Andrea si sentiva devastato nell'animo e nel corpo. La percepiva quell'esplosione potente di vita che covava dentro di lui senza trovare mai sfogo, era consapevole di poter fare grandi cose e non riuscirne nessuna. "Dei, perchè mi fate questo?" pregava. Gli dei non rispondevano alle sue suppliche, ne avevano paura: dargli ascolto equivaleva a riconoscere la sua semidivinità e ciò andava evitato.
Una sola dea, impietosita, si presentò a lui: si esprimeva nel linguaggio dei segni, quello che aveva imparato tanti anni prima in un ospedale. Disse di chiamarsi Tacita, ma il suo primo nome era stato Lara e fu madre dei Lari. Giove le mozzò la lingua perchè parlava troppo, spingendola negli inferi e rendendola così dea del silenzio e dei segreti. Ora Tacita volle proprio rivelare ad Andrea il segreto della sua prigionia. Andrea, il semidio, seguì il guizzare delle sue mani che disegnavano il significato delle parole che lei non poteva pronunciare. "Ah, ho capito...- sussurrò Andrea- E che devo fare per liberami?"
Gli ultimi suoi anni Andrea li visse come un essere umano qualsiasi senza nessun potere, nessuna particolare capacità, poche nozioni. Di contro non aveva più paura.
Aveva degli amici, il giovedì andava al cineforum e partecipava ai dibattiti sul film, la domenica prestava servizio volontario alla mensa dei poveri. Molte persone avevano stima di lui, lo abbracciavano, ne parlavano bene. C'era anche una donna che l'amava.
Andrea dimenticò il senso della vita e insieme molte cose che un tempo aveva saputo. L'unica considerazione al riguardo, per lui fu che era molto meglio così.
I suoi genitori non sospettarono niente e gli diedero un nome molto comune, Andrea, perchè significa semplicemente "Uomo".
Andrea appena nato aveva già consapevolezza del Mondo, era cosciente di essere vivo e intuiva di avere una missione. Non piangeva spesso, sapeva che si sarebbero presi cura di lui e già dai primi giorni di vita si impegnò ad allenare il suo corpo appena nato per acquisire i giusti movimenti.
Gli dei videro questo prodigio e ne ebbero timore: il novello Ercole dimostrava un potere vitale enorme, si capiva che da adulto avrebbe dominato il Mondo e così, non essendo gli dei onnipotenti, ma qualcosa potevano pur farla, escogitarono come unico rimedio al potenziale devastante di questo semidio, la più bieca delle inibizioni: la timidezza.
Andrea a dieci giorni di vita improvvisamente cambiò: non ebbe più certezza che qualcuno l'avrebbe accudito e iniziò a piangere ogni volta che voleva qualcosa, anche solo un po' di coccole dalla sua mamma. Andrea non fu più quieto e silenzioso di notte perchè temeva che il dio del sonno, Ipnos, non lo avrebbe più fatto svegliare. Andrea non allenò più il suo corpo e assunse i movimenti incerti di qualsiasi neonato perchè ebbe paura che i suoi genitori si accorgessero che era "strano". Andrea, il semidio, iniziò allora a recitare la parte dell'essere umano.
A un anno di vita Andrea capiva perfettamente la lingua degli adulti ma si esprimeva solo a versetti e paroline accennate per non dare nell'occhio. Fu iscritto all'asilo nido insieme a tanti altri bambini ignari della loro stessa esistenza e li osservava e studiava per poi imitarli. Non riusciva a camminare bene, come gli altri, aveva smesso di provarci prima del tempo. Partecipava ai loro giochi banali annoiandosi molto solo per non essere allontanato.
A tre anni Andrea sapeva leggere ma fece finta di niente finchè non iniziò a frequentare la prima elementare.
Minerva, dea della sapienza disse: "Potrebbe sembrare un bambino prodigio ma in realtà è molto di più, i suoi genitori sarebbero costretti a mandarlo in una scuola speciale che non possono permettersi" e Giunone, dea del matrimonio e protettrice delle madri, aggiunse: "Sua madre dovrebbe lasciare il lavoro per seguirlo perchè nessun altro si prenderebbe la briga di farlo, diverrebbe sua schiava e sarebbe ingiusto" così, per volere delle dee, Andrea tenne ben segreta la sua intelligenza: sbagliò i compiti di proposito, si sforzò di peggiorare la sua calligrafia e di nascosto, nell'ora di ginnastica, fingendo di andare in bagno, strusciava il suo grembiule pulitissimo nell'erba del campo della scuola per far credere che avesse giocato a calcio con gli altri. In realtà Andrea non ci giocava a calcio: avrebbe potuto essere un campione, come in ogni altro sport, imparava prestissimo le regole ed elaborava strategie vincenti ma per la maledizione impostagli dagli dei si vergognava a farsi vedere in gioco dagli altri. Così guadagnò l'infamia di incapace nello sport e nei giochi di gruppo.
A dodici anni Andrea conosceva tre lingue straniere, apprese ascoltando la musica e guardando le televisioni internazionali. Comprava di nascosto, risparmiando la paghetta elargita da suo padre, opere di letteratura straniera in lingua originale. Talvolta, all'uscita di scuola faceva un salto al mercato del suo quartiere in cui c'erano molti ambulanti arabi e li ascoltava discorrere tra loro e imparando ogni singola parola. Lo stesso fece ad una cena con i compagni di classe al ristorante cinese. Un giorno, vedendo all'ospedale un sordo che si esprimeva nella lingua dei segni, comprese ciò che stava comunicando e si scoprì padrone di quel linguaggio al punto di usare spesso gesti anzichè parole senza accorgersene.
Andrea se la cavava egregiamente con le scienze, aveva già assimilato tutto il libro di chimica (e compiuto con successo degli esperimenti) nel primo mese di scuola superiore, risolveva problemi di matematica come passatempo quando si annoiava, conosceva a memoria le aperture e le trappole degli scacchi, sapeva a menadito vari linguaggi di programmazione e un centinaio di giochi di prestigio.
Mercurio, dio della sapienza occulta, dell'alchimia, dei ladri, dei viaggiatori e dei giocolieri, osservò: "Questo ragazzo conosce tali segreti che potrebbe ricattare chiunque, manomettere macchinari e produrre veleni. Ciò non è bene per un essere umano" e per volontà del dio, ad Andrea venne una grande paura di essere considerato un "secchione" e non fece altro che nascondere le sue competenze. Faceva scena muta alle interrogazioni, non partecipava mai a giochi complicati, fingeva di non conoscere la risposta degli indovinelli e prese a parlare come un buzzurro di periferia per mischiarsi agli altri.
Andrea da adolescente possedeva già una grande saggezza e sapeva da tempo qual era il senso della vita. Un giorno, forse per i pruriti puberali, si stancò di fare sempre la parte dell'idiota e decise di dare una lezione al suo compagno di banco bullo: "Non ha senso vivere alla tua maniera- gli disse- non otterrai mai il rispetto degli altri ma solo la paura di essere picchiati e non sarà un onore, no! Ti ridurrai al livello di una bestia!" per tutta risposta l'altro ragazzo gli sferrò un pugno in faccia sbraitando: "Ma senti 'sto stronzo! Fa il grandone adesso... vediamo se con questo impari a rispettarmi!"
Il dio della guerra, Marte, in quel momento notò che Andrea avrebbe potuto reagire con la forza di cento guerrieri: "Lo ucciderebbe, non sarebbe una battaglia onorevole ma solo una vigliacca tragedia" e per evitare il peggio ordinò alla sua seguace Pavor, la dea della paura, di frenare il suo spirito battagliero. Andrea non osò più dire una parola buona a nessuno, iniziò a temere le risse, ebbe paura dei bulli della scuola e di qualunque altro ragazzo un po' più grosso di lui. Andrea divenne per tutti un codardo.
Pavor non lo lasciò solo un attimo, per il resto della sua vita gli iniettò nel sangue il siero malevolo del terrore e dovette averci preso gusto a sfidare un semidio perchè a lungo andare esagerò estendendo le paranoie di Andrea a qualsiasi situazione in cui si sarebbe dovuto esporre.
Andrea non riuscì più a mantenere sani rapporti di amicizia, temeva orribilmente il giudizio degli altri, non reagiva alle provocazioni, fuggiva, si nascondeva, taceva. Andrea perse quasi l'uso della parola a diciotto anni.
Andrea imparò a scrivere con entrambe le mani in entrambi i versi, divenne un provetto giocoliere, leggeva gli spartiti ed era in grado di comporre musica. Avrebbe potuto suonare vari strumenti. Per un compleanno lo zio gli regalò una chitarra convinto che tutti i giovani ambissero a strimpellare qualche canzone melensa sulla spiaggia. Invece Andrea prese sul serio quell'arte e sognò spesso di diventare una rock star. Non fosse che per il sangue ammalato dalla dea persecutrice si vergognò sempre di suonare in presenza di qualcuno, di intonare una nota, di essere al centro dell'attenzione su un palco di fronte alle aspettative di un pubblico. Andrea mollò la chitarra e la musica, non ebbe mai più il coraggio di suonare e anche i rari tentativi di tornare sui suoi passi finivano in una inspiegabile paralisi alle mani, una voce che si affievoliva e un vuoto di memoria implacabile. "Tanto meglio- commentavano gli dei della musica, da Apollo a tutto il suo seguito- avrebbe un tale successo e una tale vena creativa da non lasciare possibilità a nessun altro e noi non possiamo permetterlo"
Il giovane uomo che diventava manifestava già un grande fascino. Andrea sapeva tutto dell'amore, del sesso, delle relazioni, intuiva i desideri delle persone e desiderava molto anche lui. Venere, dea dell'amore, stringendo il figlio Cupido tra le braccia e volgendo lo sguardo preoccupato a Eros, dio dell'amore carnale, dichiarò: "Se si rendesse conto del suo ascendente... se mettesse in pratica le sue arti amatorie tutti si innamorerebbero di lui, uomini e donne, tutti lo vorrebbero per sè... ma lui non potrebbe accontentare tutti e lascerebbe nel Mondo centinaia di cuori infranti e follia di desideri insaziati" e in accordo i tre dei fecero in modo che Andrea si imbarazzasse molto riguardo all'amore. Ebbe grandi difficoltà ad approcciare una relazione e le poche instaurate terminarono con forti rancori e un'arida solitudine.
All'università Andrea non ebbe più le idee tanto chiare: studiava moltissimo ma non si presentava mai agli esami per la paura di essere bocciato. Non aveva amici, si sentiva fuori posto in tutte le attività comuni. Le ragazze le guardava a distanza e non ci provò mai neanche una volta a rivolgere la parola a qualcuna che gli piacesse. Ci mise il doppio del tempo previsto per laurearsi e finì con l'accettare un lavoro squallido dopo mesi e mesi di infruttuosa ricerca.
Andrea si sentiva un fallito, un uomo qualsiasi senza nessuna ambizione ne capacità, disilluso su tutto e in estenuante attesa della morte. Thanatos, dal canto suo, si negava per dispetto.
Andrea dipingeva benissimo ma nella sua stanza c'erano solo tele bianche sotto strati di polvere, tubetti di colore ormai indurito, fogli di carta ingialliti con migliaia di schizzi che non si tradussero mai in qualcosa di concreto.
Andrea aveva un talento per la scrittura ma lasciò incompiuti (spesso al primo capitolo) una decina tra romanzi e poemi.
Andrea non riusciva a cambiare la carta da parati ammuffita. Andrea portava sempre gli stessi vestiti. Andrea ammirava il sole del mattino e non aveva coraggio di uscire di casa.
Andrea, da un bel pezzo, aveva imparato il modo di comunicare con gli dei ed era al corrente della sua maledizione ma non ne conosceva il motivo.
"Abbandonami Pavor" pregava. Quella, invece, si era talmente abituata al suo compito di tormentarlo che non lo ascoltava neppure "Oh... abbandomani Pavidiade!" la implorava esausto.
A peggiorare le cose intervenne il dio del timor panico, il fauno Pan, che tutti gli dei fuggivano. Pan osservava da anni la storia del semidio Andrea ridotto a una larva e volle metterci la sua parte. Andrea prese a soffrire di ansia, attacchi di panico, incubi e talvolta allucinazioni.
Andrea si sentiva devastato nell'animo e nel corpo. La percepiva quell'esplosione potente di vita che covava dentro di lui senza trovare mai sfogo, era consapevole di poter fare grandi cose e non riuscirne nessuna. "Dei, perchè mi fate questo?" pregava. Gli dei non rispondevano alle sue suppliche, ne avevano paura: dargli ascolto equivaleva a riconoscere la sua semidivinità e ciò andava evitato.
Una sola dea, impietosita, si presentò a lui: si esprimeva nel linguaggio dei segni, quello che aveva imparato tanti anni prima in un ospedale. Disse di chiamarsi Tacita, ma il suo primo nome era stato Lara e fu madre dei Lari. Giove le mozzò la lingua perchè parlava troppo, spingendola negli inferi e rendendola così dea del silenzio e dei segreti. Ora Tacita volle proprio rivelare ad Andrea il segreto della sua prigionia. Andrea, il semidio, seguì il guizzare delle sue mani che disegnavano il significato delle parole che lei non poteva pronunciare. "Ah, ho capito...- sussurrò Andrea- E che devo fare per liberami?"
Gli ultimi suoi anni Andrea li visse come un essere umano qualsiasi senza nessun potere, nessuna particolare capacità, poche nozioni. Di contro non aveva più paura.
Aveva degli amici, il giovedì andava al cineforum e partecipava ai dibattiti sul film, la domenica prestava servizio volontario alla mensa dei poveri. Molte persone avevano stima di lui, lo abbracciavano, ne parlavano bene. C'era anche una donna che l'amava.
Andrea dimenticò il senso della vita e insieme molte cose che un tempo aveva saputo. L'unica considerazione al riguardo, per lui fu che era molto meglio così.
giovedì 10 novembre 2011
Le lenzuola matrimoniali
Piero disfaceva le valige e buttava la roba un po' alla buona nei cassetti come fosse in albergo, sapeva che avrebbe lasciato la casa molto prima del previsto e non ci teneva più all'ordine.
Sfilava le lenzuola da cambiare e ci metteva quelle nuove, matrimoniali, che gli aveva dato sua madre. Erano quelle del corredo dei suoi genitori che non si usavano più da anni benchè lei dormisse ancora nel letto coniugale e suo padre su una branda in salotto. A Piero facevano schifo le lenzuola dei suoi genitori ma nella stanza che aveva affittato c'era un divanoletto a due piazze e non aveva lenzuola sue che andassero bene.
A Piero dava la nausea l'idea di dover tornare alla casa di famiglia. Era necessario, adesso che sua madre era sola e anziana qualcuno doveva badarla. Sua sorella non ne era in grado, studiava ancora e forse aveva intenzione di sposarsi.
Piero gettava sul grande tavolo da pranzo mazzi di scartoffie, i preventivi dell'impresa funebre, i documenti di chiusura dell'assicurazione, quelli per la chiusura del conto bancario, le fotografie per la lapide, l'ultima cartella clinica. Si alzava la polvere dal piano, il tavolo non era mai stato usato da che era lì: in un mese e mezzo avrebbe voluto invitare gli amici a cena più volte... ma che amici? Alberto era andato a studiare a Milano e forse partiva per l'Erasmus in Norvegia, Giuseppe era andato a vivere con la sua fidanzata e non si faceva più sentire, Marco parlava troppo e diventava facilmente noioso, non lo si poteva invitare da solo. Con tutti gli altri aveva perso i contatti da tempo, da quando aveva lasciato l'università.
Così il tavolo da pranzo era rimasto inutilizzato, troppo bello per servire solo da ripiano per la carta. La stessa fine facevano i piatti ancora imballati nella credenza. In frigorifero i barattoli aperti per una sola porzione andavano a male, il formaggio ammuffiva, il pane s'induriva. Perchè i negozi non vendono monoporzioni per chi vive da solo?
Suo padre faceva sempre una spesa esagerata, aveva la cossiddetta "sindrome della guerra", la paura di restare senza mangiare anche in un'epoca di sovrabbondanza. Era soprattutto quando passavano periodi di ristrettezze economiche che, paradossalmente, eccedeva con gli acquisti. Diceva: "Quando ti mancano i soldi la prima cosa che devi procurarti è da mangiare o puoi restare senza all'improvviso". Piero non approvava affatto quell'idea, tutte le volte le scorte di suo padre giacevano dimenticate nella dispensa, scadevano, marcivano e riempivano la casa di insetti.
Sua madre cucinava dalla mattina alla sera, non si capiva dove trovava il tempo. Preparava porzioni eccessive, metà finiva sempre nel secchio. Aveva letteralmente terrore che il marito si lamentasse di aver mangiato poco e per non sbagliare faceva sempre troppo. Ma tanto il marito si lamentava lo stesso, non gli piaceva mai niente, aveva una una critica pronta per ogni piatto che le strillava comodamente dal salotto, dove mangiava lui, alla cucina dove mangiava lei.
Piero e sua sorella si dividevano tra un tavolo e l'altro raccogliendo improperi, insulti, maledizioni che rendevano amarissimi i loro bocconi. L'ora del pasto era l'ora del litigio. Piero detestava la cucina di sua madre e ancor più detestava le lamentele di suo padre.
Nella nuova casa non mangiava quasi mai, nella solitudine non poteva consumarsi un rituale sociale come il mangiare.
Anche il divanoletto a due piazze era inutile. Con chi l'avrebbe mai condiviso nel poco tempo che gli restava lì dentro?
Tutte le sere si fumava una sigaretta, guardava le pareti, pensava se fosse il caso di appendere un calendario ma poi ci rinunciava. Il lampadario a gocce di cristallo era da pulire ma non gli interessava più, nessuno se ne sarebbe accorto. Piero spegneva la lampada sul comodino e nel buio si sentiva oppresso da quelle lenzuola troppo grandi, sporche, dei suoi genitori.
L'indomani mattina era in chiesa per le esequie. Ogni dettaglio era squallido e falso. L'ignoranza e il provincialismo fanno sì che anche il più ostinato oppositore politico e anticlericale abbia paura a non affidare il suo funerale ai preti "A me non ne frega niente della Chiesa - diceva suo padre - però a non fare un vero funerale mi pare brutto". Pareva brutto. Ma cosa? Chi si sarebbe sdeganto della bruttura? Piero era sdegnato innanzitutto per il drappello di parenti che non si vedevano più da quando i suoi si erano sposati (alcuni neanche li conosceva), piangenti e desolati, che offrivano le condoglianze con sofferta umiltà. Piero non versava una lacrima, voleva solo che la messinscena finisse presto.
Sua madre non riusciva neanche ad alzarsi dalla panca quando i passi della messa lo imponevano. Era china sulle sue lacrime. Pensare che quattro giorni prima aveva lanciato tanti di quegli auspici di morte che quasi pareva l'avesse ammazzato lei. No, in realtà era stata la crisi respiratoria che si minacciava da anni. Suo padre non riusciva a respirare, gli mancava sempre il fiato, non ce la faceva a tirare su casa le buste della spesa, non faceva le scale neanche per il primo piano. Però per litigare con la moglie e successivamente sfogarsi sui figli, il fiato non gli mancava mai. Un fatto curioso.
Piero assisteva disgustato al tetro spettacolo parentale. Si domandava che avessero da piangere, loro e la madre e anche sua sorella, che singhiozzava sorretta dal fidanzato. Che c'era da piangere? Lo avevano odiato tutti e Piero non riusciva ad elogiare una sua sola qualità.
Conclusasi la tumulazione tutti gli intervenuti si dispersero. Piero riportò madre e sorella a casa e andò a sdraiarsi nel letto singolo di quella che era stata la sua stanza e che lo sarebbe stata di nuovo di lì a breve. Guardava il lampadario da pulire, i ripiani impolverati, il calendario dell'anno prima rimasto abbandonato, l'orologio fermo da chissà quanto. Tornare a casa era una sconfitta. Ci aveva provato a conquistare la sua indipendenza e aveva ottenuto solitudine.
Non riuscendo a riposare si diresse verso il salotto. La branda era rimasta mezza disfatta dall'urgenza del ricovero, appoggiata al mobile dove giacevano le foto del matrimonio di trentacinque anni prima: pessimi vestiti, orribili capigliature, due facce per nulla convinte. Cosa si erano sposati a fare? Piero non capiva l'utilità del matrimonio, gli sembrava solo un contratto commerciale. E tale si era rivelato, poichè i suoi genitori non avevano mai divorziato per ragioni economiche.
A sua sorella la madre aveva sempre consigliato di non sposarsi ma lei si era convinta che la sua vita coniugale sarebbe stata migliore perchè aveva le idee più chiare di sua madre e non avrebbe vissuto quall'inferno di odio terminato solo con la morte. A lui nessuno aveva mai detto niente ne in un senso ne in un altro, forse perchè era maschio. Suo padre una volta ci aveva provato a lamentarsi con lui della sessualità ormai negata dalla moglie e Piero, inorridito, non ne volle mai più sapere.
Sfilava le lenzuola da cambiare e ci metteva quelle nuove, matrimoniali, che gli aveva dato sua madre. Erano quelle del corredo dei suoi genitori che non si usavano più da anni benchè lei dormisse ancora nel letto coniugale e suo padre su una branda in salotto. A Piero facevano schifo le lenzuola dei suoi genitori ma nella stanza che aveva affittato c'era un divanoletto a due piazze e non aveva lenzuola sue che andassero bene.
A Piero dava la nausea l'idea di dover tornare alla casa di famiglia. Era necessario, adesso che sua madre era sola e anziana qualcuno doveva badarla. Sua sorella non ne era in grado, studiava ancora e forse aveva intenzione di sposarsi.
Piero gettava sul grande tavolo da pranzo mazzi di scartoffie, i preventivi dell'impresa funebre, i documenti di chiusura dell'assicurazione, quelli per la chiusura del conto bancario, le fotografie per la lapide, l'ultima cartella clinica. Si alzava la polvere dal piano, il tavolo non era mai stato usato da che era lì: in un mese e mezzo avrebbe voluto invitare gli amici a cena più volte... ma che amici? Alberto era andato a studiare a Milano e forse partiva per l'Erasmus in Norvegia, Giuseppe era andato a vivere con la sua fidanzata e non si faceva più sentire, Marco parlava troppo e diventava facilmente noioso, non lo si poteva invitare da solo. Con tutti gli altri aveva perso i contatti da tempo, da quando aveva lasciato l'università.
Così il tavolo da pranzo era rimasto inutilizzato, troppo bello per servire solo da ripiano per la carta. La stessa fine facevano i piatti ancora imballati nella credenza. In frigorifero i barattoli aperti per una sola porzione andavano a male, il formaggio ammuffiva, il pane s'induriva. Perchè i negozi non vendono monoporzioni per chi vive da solo?
Suo padre faceva sempre una spesa esagerata, aveva la cossiddetta "sindrome della guerra", la paura di restare senza mangiare anche in un'epoca di sovrabbondanza. Era soprattutto quando passavano periodi di ristrettezze economiche che, paradossalmente, eccedeva con gli acquisti. Diceva: "Quando ti mancano i soldi la prima cosa che devi procurarti è da mangiare o puoi restare senza all'improvviso". Piero non approvava affatto quell'idea, tutte le volte le scorte di suo padre giacevano dimenticate nella dispensa, scadevano, marcivano e riempivano la casa di insetti.
Sua madre cucinava dalla mattina alla sera, non si capiva dove trovava il tempo. Preparava porzioni eccessive, metà finiva sempre nel secchio. Aveva letteralmente terrore che il marito si lamentasse di aver mangiato poco e per non sbagliare faceva sempre troppo. Ma tanto il marito si lamentava lo stesso, non gli piaceva mai niente, aveva una una critica pronta per ogni piatto che le strillava comodamente dal salotto, dove mangiava lui, alla cucina dove mangiava lei.
Piero e sua sorella si dividevano tra un tavolo e l'altro raccogliendo improperi, insulti, maledizioni che rendevano amarissimi i loro bocconi. L'ora del pasto era l'ora del litigio. Piero detestava la cucina di sua madre e ancor più detestava le lamentele di suo padre.
Nella nuova casa non mangiava quasi mai, nella solitudine non poteva consumarsi un rituale sociale come il mangiare.
Anche il divanoletto a due piazze era inutile. Con chi l'avrebbe mai condiviso nel poco tempo che gli restava lì dentro?
Tutte le sere si fumava una sigaretta, guardava le pareti, pensava se fosse il caso di appendere un calendario ma poi ci rinunciava. Il lampadario a gocce di cristallo era da pulire ma non gli interessava più, nessuno se ne sarebbe accorto. Piero spegneva la lampada sul comodino e nel buio si sentiva oppresso da quelle lenzuola troppo grandi, sporche, dei suoi genitori.
L'indomani mattina era in chiesa per le esequie. Ogni dettaglio era squallido e falso. L'ignoranza e il provincialismo fanno sì che anche il più ostinato oppositore politico e anticlericale abbia paura a non affidare il suo funerale ai preti "A me non ne frega niente della Chiesa - diceva suo padre - però a non fare un vero funerale mi pare brutto". Pareva brutto. Ma cosa? Chi si sarebbe sdeganto della bruttura? Piero era sdegnato innanzitutto per il drappello di parenti che non si vedevano più da quando i suoi si erano sposati (alcuni neanche li conosceva), piangenti e desolati, che offrivano le condoglianze con sofferta umiltà. Piero non versava una lacrima, voleva solo che la messinscena finisse presto.
Sua madre non riusciva neanche ad alzarsi dalla panca quando i passi della messa lo imponevano. Era china sulle sue lacrime. Pensare che quattro giorni prima aveva lanciato tanti di quegli auspici di morte che quasi pareva l'avesse ammazzato lei. No, in realtà era stata la crisi respiratoria che si minacciava da anni. Suo padre non riusciva a respirare, gli mancava sempre il fiato, non ce la faceva a tirare su casa le buste della spesa, non faceva le scale neanche per il primo piano. Però per litigare con la moglie e successivamente sfogarsi sui figli, il fiato non gli mancava mai. Un fatto curioso.
Piero assisteva disgustato al tetro spettacolo parentale. Si domandava che avessero da piangere, loro e la madre e anche sua sorella, che singhiozzava sorretta dal fidanzato. Che c'era da piangere? Lo avevano odiato tutti e Piero non riusciva ad elogiare una sua sola qualità.
Conclusasi la tumulazione tutti gli intervenuti si dispersero. Piero riportò madre e sorella a casa e andò a sdraiarsi nel letto singolo di quella che era stata la sua stanza e che lo sarebbe stata di nuovo di lì a breve. Guardava il lampadario da pulire, i ripiani impolverati, il calendario dell'anno prima rimasto abbandonato, l'orologio fermo da chissà quanto. Tornare a casa era una sconfitta. Ci aveva provato a conquistare la sua indipendenza e aveva ottenuto solitudine.
Non riuscendo a riposare si diresse verso il salotto. La branda era rimasta mezza disfatta dall'urgenza del ricovero, appoggiata al mobile dove giacevano le foto del matrimonio di trentacinque anni prima: pessimi vestiti, orribili capigliature, due facce per nulla convinte. Cosa si erano sposati a fare? Piero non capiva l'utilità del matrimonio, gli sembrava solo un contratto commerciale. E tale si era rivelato, poichè i suoi genitori non avevano mai divorziato per ragioni economiche.
A sua sorella la madre aveva sempre consigliato di non sposarsi ma lei si era convinta che la sua vita coniugale sarebbe stata migliore perchè aveva le idee più chiare di sua madre e non avrebbe vissuto quall'inferno di odio terminato solo con la morte. A lui nessuno aveva mai detto niente ne in un senso ne in un altro, forse perchè era maschio. Suo padre una volta ci aveva provato a lamentarsi con lui della sessualità ormai negata dalla moglie e Piero, inorridito, non ne volle mai più sapere.
martedì 8 novembre 2011
Pesce Palla
Questa scena si svolge più o meno nel 2006 e resta solo nella memoria di chi ha il coraggio di tenercela, del resto sono solo due persone a viverla ed entrambe, dopo, vorranno sopprimerla per sempre ma non è sicuro che ci riescano.
Questa scena si svolge su una terrazza invasa dal vento, all'inizio d'autunno, dove nessuno va mai e infatti solo una di quelle due persone ci tornerà anni dopo per la seconda volta.
Questa scena si svolge in un momento complesso per la vita di tutti e costringe una di quelle due persone a mettere in discussione la sua esistenza e fare una scelta. E' l'altra persona che sembra spingere perchè questa scelta sia fatta eppure sembra anche che non vi riponga poi tanto interesse. Ciò costituisce un paradosso.
Qualche minuto su questa terrazza ventosa, nascosta agli sguardi, accessibile per vie impervie e il palcoscenico della vita precipita, tutti i ruoli perdono presa e si confondono, le maschere s'infrangono rivelando altre maschere, il copione è stravolto e sebbene il passo sia falso è anche l'unico da fare.
In un tempo molto breve la messinscena è teminata.
In un tempo non molto lungo ma che pare infinito s'inscenano repliche mai del tutto fedeli all'originale che tuttavia s'aggrappano con artigli al filo conduttore della storia. Necessaria per quanto squallida.
Questa scena si conclude su quella terrazza dove nessun altro ha mai più messo piede e c'è una persona sola. Ad oggi non sappiamo se l'altra sia sopravvissuta.
Questa scena si svolge su una terrazza invasa dal vento, all'inizio d'autunno, dove nessuno va mai e infatti solo una di quelle due persone ci tornerà anni dopo per la seconda volta.
Questa scena si svolge in un momento complesso per la vita di tutti e costringe una di quelle due persone a mettere in discussione la sua esistenza e fare una scelta. E' l'altra persona che sembra spingere perchè questa scelta sia fatta eppure sembra anche che non vi riponga poi tanto interesse. Ciò costituisce un paradosso.
Qualche minuto su questa terrazza ventosa, nascosta agli sguardi, accessibile per vie impervie e il palcoscenico della vita precipita, tutti i ruoli perdono presa e si confondono, le maschere s'infrangono rivelando altre maschere, il copione è stravolto e sebbene il passo sia falso è anche l'unico da fare.
In un tempo molto breve la messinscena è teminata.
In un tempo non molto lungo ma che pare infinito s'inscenano repliche mai del tutto fedeli all'originale che tuttavia s'aggrappano con artigli al filo conduttore della storia. Necessaria per quanto squallida.
Questa scena si conclude su quella terrazza dove nessun altro ha mai più messo piede e c'è una persona sola. Ad oggi non sappiamo se l'altra sia sopravvissuta.
domenica 30 ottobre 2011
(Indi)Pendenza
Quando si cammina su un sentiero di montagna ci si abitua alla pendenza.
Anche quando si viaggia in metropolitana o in nave. Per quanto lungo sia il viaggio, il corpo riesce a trovare un equilibro da sè.
Ma non quando si vive in una casa che pende da una parte.
Qui avviene un fatto curioso: la nostra testa sa che un pavimento sta in piano e non lo vuole proprio accettare che possa essere storto. Così il corpo vuole comportarsi come se tutto sia regolare e dopo un po' ne risente.
Capita, quindi, che a uscire di casa, dove le superfici ritrovano i propri equilibri, tutto sembri un po' più strano. La testa gira, il sangue ci balla dentro come il vino in una botte che rotola giù da un pendìo, le gambre tremano e le sicurezze vengono tutte a mancare.
Allora si comincia a stare bene solo in luoghi precari: in piedi sui mezzi pubblici, di corsa nelle strade inclinate, persino i macchinari da palestra sembrerebbero strumenti di relax.
La Torre di Pisa per me non è più una grande attrazione, dentro casa mia sono già un bel monumento per turisti curiosi.
Desideravo una casa dritta ma soprattutto desideravo l'indipendenza e per averla ho accettato di compromettere una certa rettitudine di cui potevo vantarmi.
I miei rapporti con le persone s'inclinano e dunque s'incrinano.
Le mie idee non hanno più un punto fermo.
Il mio corpo sfida la gravità e tutto mi si para da un'altra angolazione, direi circa 20°.
Tutto di-pende e ha la sua direzione e il suo verso, come un vettore buttato lì in una qualche dimostrazione di geometria analitica. Non ho niente da dimostrare, io, che la mia direzione non la so e il mio verso cambia troppo spesso.
Il ciarlare dei gabbiani mi ricorda una canzone di quelle elettroniche che farebbe da sottofondo perfetto nella mia stanza storta, ad evidenziarne l'assurdità come fossimo in un quadro surrealista: io sul mio divano che parlo con me stessa di cose molto profonde e il fumo della sigaretta ondeggia su un piano inclinato. Sembra la scena di un film di David Lynch.
E adesso, che siedo su una poltrona adagiata su un pavimento orizzontale in una stanza dritta, il cervello mi ondeggia come un mare in tempesta e provo un forte vuoto. Più forte ancora, però, è la delusione... delusione per la fiducia mal riposta, per le speranze lasciate in bilico, per il sentiero impervio su cui m'incammino.
Anche quando si viaggia in metropolitana o in nave. Per quanto lungo sia il viaggio, il corpo riesce a trovare un equilibro da sè.
Ma non quando si vive in una casa che pende da una parte.
Qui avviene un fatto curioso: la nostra testa sa che un pavimento sta in piano e non lo vuole proprio accettare che possa essere storto. Così il corpo vuole comportarsi come se tutto sia regolare e dopo un po' ne risente.
Capita, quindi, che a uscire di casa, dove le superfici ritrovano i propri equilibri, tutto sembri un po' più strano. La testa gira, il sangue ci balla dentro come il vino in una botte che rotola giù da un pendìo, le gambre tremano e le sicurezze vengono tutte a mancare.
Allora si comincia a stare bene solo in luoghi precari: in piedi sui mezzi pubblici, di corsa nelle strade inclinate, persino i macchinari da palestra sembrerebbero strumenti di relax.
La Torre di Pisa per me non è più una grande attrazione, dentro casa mia sono già un bel monumento per turisti curiosi.
Desideravo una casa dritta ma soprattutto desideravo l'indipendenza e per averla ho accettato di compromettere una certa rettitudine di cui potevo vantarmi.
I miei rapporti con le persone s'inclinano e dunque s'incrinano.
Le mie idee non hanno più un punto fermo.
Il mio corpo sfida la gravità e tutto mi si para da un'altra angolazione, direi circa 20°.
Tutto di-pende e ha la sua direzione e il suo verso, come un vettore buttato lì in una qualche dimostrazione di geometria analitica. Non ho niente da dimostrare, io, che la mia direzione non la so e il mio verso cambia troppo spesso.
Il ciarlare dei gabbiani mi ricorda una canzone di quelle elettroniche che farebbe da sottofondo perfetto nella mia stanza storta, ad evidenziarne l'assurdità come fossimo in un quadro surrealista: io sul mio divano che parlo con me stessa di cose molto profonde e il fumo della sigaretta ondeggia su un piano inclinato. Sembra la scena di un film di David Lynch.
E adesso, che siedo su una poltrona adagiata su un pavimento orizzontale in una stanza dritta, il cervello mi ondeggia come un mare in tempesta e provo un forte vuoto. Più forte ancora, però, è la delusione... delusione per la fiducia mal riposta, per le speranze lasciate in bilico, per il sentiero impervio su cui m'incammino.
mercoledì 7 settembre 2011
Diario di un viaggio non ancora iniziato
Se partire è un po' morire allora sto dando i primi segni di cedimento, questa mattina con un dolore ancora misterioso. Ma si chiarisce con le ore che trascorro a riflettere, di pari passo con le azioni meccaniche del mio lavoro.
Volevo scappare, lo ammetto. La mia idea del Grande Viaggio altro non è che il piano di fuga da una condizione che potrebbe verificarsi. Un viaggio tutto proiettato nelle ipotesi.
E' la prima cosa che ti viene in mente di fare nel caso in cui ti trovi improvvisamente senza lavoro e con un piccolo gruzzolo che non potresti investire altrimenti. Potevamo andare in vacanza in una città alla moda e spendere tutto per compensare la delusione in divertimenti o in un'isola turistica a farci servire anzichè servire.
Invece abbiamo scelto come destinazione un posto abbastanza lontano da non sentirci a casa.
Lontana nello spazio e nel tempo, lontana nel modo di vivere e di pensare, di Kathmandu avevamo letto solo nei libri e ci era sembrata l'unica meta in cui trovare quello che stiamo cercando.
Un viaggio è una missione, si va a cercare qualcosa da riportare indietro o non si torna più.
Molti vanno a Kathmandu per fare trekking, nella forse inconsapevole missione di arrivare più in alto. Alcuni, memori degli anni degli hippies, credono di poterne fare ancora un viaggio allucinatorio. Qualcuno parte armato di carte di credito per potersi sentire ricco. Altri sono solo di passaggio in un incessante peregrinare che ha lo scopo di fagocitare il mondo. Noi cerchiamo una cosa che riteniamo di aver perduto: la spiritualità.
Anche lo spirito è un'ipotesi ed è volatile, per questo ci ha abbandonati, come Durga abbandona il corpo della Kumari cercandone un'altro più puro. Cercavamo un posto più puro dove il nostro mondo non esiste.
Dice uno dei miei ipotetici compagni- "Il viaggio è già iniziato"- e lo è davvero, dai lunghi preparativi, dalla continua ricerca di informazioni, dalle ipotesi su quello che accadrà. Ma non pensavamo ci fosse dell'altro: le reazioni.
A parlarne, in molti cercano di scoraggiarci, hanno paura, per noi e di noi. E in un baleno mi accorgo che il viaggio è già iniziato, precisamente la ricerca, poichè questo fa parte del gioco. Stiamo conoscendo davvero chi ci circonda a partire dalla sola ipotesi del viaggio.
Scandaglio con frenesia il fondo a cercare informazioni, voglio sapere tutto prima, come si vive, come si mangia, cosa può succedere, come fossi già lì.
Guardo ore e ore di filmati, leggo righe e righe di reportage, scrivo decine e decine di messaggi a persone invisibili che potrebbero aiutarmi.
Il viaggio è già iniziato. Conosco già le strade, i prezzi degli alberghi, le date delle festività, i nomi della Dea Vivente, il colore delle vedove, le cronache delle morti, le lettere dell'alfabeto Devanagari, il cambio della moneta, il voltaggio dei black out, i decori degli stupa, il sapore delle verdure, l'odore delle spezie, il sangue di trecentomila animali sacrificati, il dolore delle bambine, la paura delle superstizioni, il freddo dell'Annapurna, il malessere delle infezioni, il vuoto, la grande inconsistenza dell'idea, la forte delusione dell'ipotesi sbagliata.
Ecco cos'è questo dolore. Stiamo cercando lo spirito dove forse non c'è.
Ha senso partire? Potrei non tornare. Potrei davvero morire. Ma non ho paura della morte, solo del dolore.
Bibliografia ispirativa:
"Partire è un pò morire", Edmond Haracourt
"Flash. Katmandu il grande viaggio", Charles Duchaussois
Volevo scappare, lo ammetto. La mia idea del Grande Viaggio altro non è che il piano di fuga da una condizione che potrebbe verificarsi. Un viaggio tutto proiettato nelle ipotesi.
E' la prima cosa che ti viene in mente di fare nel caso in cui ti trovi improvvisamente senza lavoro e con un piccolo gruzzolo che non potresti investire altrimenti. Potevamo andare in vacanza in una città alla moda e spendere tutto per compensare la delusione in divertimenti o in un'isola turistica a farci servire anzichè servire.
Invece abbiamo scelto come destinazione un posto abbastanza lontano da non sentirci a casa.
Lontana nello spazio e nel tempo, lontana nel modo di vivere e di pensare, di Kathmandu avevamo letto solo nei libri e ci era sembrata l'unica meta in cui trovare quello che stiamo cercando.
Un viaggio è una missione, si va a cercare qualcosa da riportare indietro o non si torna più.
Molti vanno a Kathmandu per fare trekking, nella forse inconsapevole missione di arrivare più in alto. Alcuni, memori degli anni degli hippies, credono di poterne fare ancora un viaggio allucinatorio. Qualcuno parte armato di carte di credito per potersi sentire ricco. Altri sono solo di passaggio in un incessante peregrinare che ha lo scopo di fagocitare il mondo. Noi cerchiamo una cosa che riteniamo di aver perduto: la spiritualità.
Anche lo spirito è un'ipotesi ed è volatile, per questo ci ha abbandonati, come Durga abbandona il corpo della Kumari cercandone un'altro più puro. Cercavamo un posto più puro dove il nostro mondo non esiste.
Dice uno dei miei ipotetici compagni- "Il viaggio è già iniziato"- e lo è davvero, dai lunghi preparativi, dalla continua ricerca di informazioni, dalle ipotesi su quello che accadrà. Ma non pensavamo ci fosse dell'altro: le reazioni.
A parlarne, in molti cercano di scoraggiarci, hanno paura, per noi e di noi. E in un baleno mi accorgo che il viaggio è già iniziato, precisamente la ricerca, poichè questo fa parte del gioco. Stiamo conoscendo davvero chi ci circonda a partire dalla sola ipotesi del viaggio.
Scandaglio con frenesia il fondo a cercare informazioni, voglio sapere tutto prima, come si vive, come si mangia, cosa può succedere, come fossi già lì.
Guardo ore e ore di filmati, leggo righe e righe di reportage, scrivo decine e decine di messaggi a persone invisibili che potrebbero aiutarmi.
Il viaggio è già iniziato. Conosco già le strade, i prezzi degli alberghi, le date delle festività, i nomi della Dea Vivente, il colore delle vedove, le cronache delle morti, le lettere dell'alfabeto Devanagari, il cambio della moneta, il voltaggio dei black out, i decori degli stupa, il sapore delle verdure, l'odore delle spezie, il sangue di trecentomila animali sacrificati, il dolore delle bambine, la paura delle superstizioni, il freddo dell'Annapurna, il malessere delle infezioni, il vuoto, la grande inconsistenza dell'idea, la forte delusione dell'ipotesi sbagliata.
Ecco cos'è questo dolore. Stiamo cercando lo spirito dove forse non c'è.
Ha senso partire? Potrei non tornare. Potrei davvero morire. Ma non ho paura della morte, solo del dolore.
Bibliografia ispirativa:
"Partire è un pò morire", Edmond Haracourt
"Flash. Katmandu il grande viaggio", Charles Duchaussois
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